La preoccupazione numero uno del diportista che getta l’ancora è tipicamente quella di trovare una soluzione stabile, puntando dunque a fare presa – possibilmente al primo colpo – e a bloccare di conseguenza la barca in una posizione piuttosto precisa. Solo così, infatti, è possibile godersi una nuotata in tranquillità, passare una notte di assoluto riposo o perché no, esplorare una baia con il proprio tender. Incubo di ogni navigante è infatti quello di trovarsi con un’ancora che speda senza riuscire a intervenire in tempo: per questo il momento dell’ancoraggio è vissuto spesso con un alto livello di stress. A pensarci bene, però, sarebbe bene fare attenzione anche a un altro aspetto. Sì, perché un’ancora può fare grandissimi danni all’habitat coinvolto nella sua caduta: per questo ogni buon marinaio dovrebbe imparare ad ancorare senza danneggiare il fondale marino. Ma come gettare l’ancora senza ledere le profondità del mare? Ecco alcuni consigli per ridurre al minimo il proprio impatto nell’utilizzare l’ancora!
Per gettare l’ancora senza fare danni, informati bene
C’è un’operazione preliminare per assicurarsi di ancorare senza danneggiare il fondale marino o lacustre, e senza essere esposti successivamente a disturbi vari e sanzioni: informarsi! Bisogna infatti ricordare che in alcune zone, spesso proprio per tutelare il fondale, l’ancoraggio è del tutto vietato. Si parla quindi di zone di riserva integrale, di aree che presentano fondali di pregio, ma anche di luoghi pericolosi (per il passaggio di cavi marini o altre infrastrutture subacquee) o di interesse archeologico (per la presenza di reperti storici sul fondale). Il consiglio è quindi quello di informarsi per tempo consultando le carte nautiche e le ordinanze portuali, stando sempre attenti alla presenza di segnali e boe con cartelli.
Per ancorare senza danneggiare il fondale marino, studialo!
Il modo più ovvio per ancorare senza danneggiare il fondale marino come visto è quello di raccogliere tutte le informazioni del caso prima di gettare l’ancora. Si parla di profondità delle acque, certo, ma anche della tipologia di fondale: queste informazioni sono preziose per impostare correttamente l’ancoraggio, ma anche per salvaguardare il fondale. Un buon ecoscandaglio può darci un sacco di informazioni utili in tal senso, e dirci anche se sotto di noi si trovano rocce, sabbia o magari praterie di posidonia. E sì, proprio quest’ultimo entra di diritto tra i fondali da rispettare con grande cura, sapendo che il Mediterraneo negli ultimi cinquant’anni ha visto sparire più di un terzo della superficie di posidonia, e che queste praterie sottomarine costituiscono i polmoni del mare. Ogni metro quadrato di posidonia produce infatti fino a 20 litri di ossigeno al giorno! Si capisce dunque che tali fondali vanno protetti: farci cadere distrattamente un’ancora vuol dire danneggiare pesantemente tali ecosistemi, anche a livello delle radici. Il primo comandamento, quindi, sarebbe quello di evitare di ancora in questi luoghi, privilegiando invece i fondali sabbiosi. Anche i fondali rocciosi quando possibile dovrebbero essere evitati, sapendo che le ancore possono andare a “rompere” degli habitat estremamente preziosi.
Conoscere le tipologie di ancore per ridurre i danni
Non tutte le ancore sono uguali: chi ha letto la nostra guida sulla scelta dell’ancora per la barca lo sa molto bene. Non esiste però un’ancora migliore in assoluto, in quanto tutto dipende dalla tipologia di fondale che si dovrà affrontare. Alcune delle ancore più moderne sono state progettate per aumentare al massimo la presa e la sicurezza dell’ancoraggio, ma anche per ancorare senza danneggiare il fondale marino. Tra le migliori tipologie di ancora in tal senso si possono citare modelli come la Rocna e la Spade, che grazie alla loro particolare struttura riescono a penetrare nella sabbia senza andare necessariamente ad arare il fondale.
Eseguire l’ancoraggio in modo attento ed esperto
Ancorare senza danneggiare il fondale marino è anche una questione di tecnica e sì, di esperienza. L’ancoraggio perfetto è quello che non richiede diversi tentativi (ognuno dei quali può causare danni) e che assicura da subito la stabilità desiderata. Il consiglio qui è dunque quello di “studiare” le tecniche di ancoraggio. Dopo aver analizzato la zona, è bene individuare la posizione corretta, ridurre la velocità e calare dolcemente l’ancora (senza gettarla), mentre la barca si sposta indietro (anche con l’aiuto della corrente) per poi favorire la presa in retromarcia, con un breve scatto, manovra che risulta utile anche per testare l’avvenuto ancoraggio.
È buona pratica, per facilitare la ripartenza e per evitare di danneggiare il fondale nella fase di recupero, utilizzare una linea d’ormeggio, fissando cioè una cima con relativa boa al diamante dell’ancora stessa: il vantaggio è quindi quello di poter tirare questo cavo per inclinare l’ancora e liberarla comodamente, senza perdere tempo e senza fare danni.

Le alternative all’ancoraggio
Come visto, con alcune attenzioni, è possibile ancorare senza danneggiare il fondale marino, oppure farlo riducendo al minimo il proprio impatto. Va anche sottolineato che talvolta è possibile fare del tutto a meno dell’ancora. A volte, per esempio, non si ha necessità di bloccare completamente l’imbarcazione, accontentandosi di rallentarla e di stabilizzarla: ecco che allora in questi casi si potrebbe utilizzare semplicemente un’ancora galleggiante.
Quando disponibili, sono assolutamente da preferire le boe di ormeggio, che prevedono tipicamente dei corpi morti o sospesi che permettono di avere tutta la stabilità del caso senza intaccare il fondale; e non vanno trascurati quanto possibile i sistemi con cime flottanti, nell’eventualità di ormeggi negli immediati pressi della costa.
L’aggiornamento del WWF sulla posidonia del Mediterraneo
Si è già accennato poco sopra all’importanza della posidonia: in chiusura vogliamo dare qualche altro dato per capire quanto siano essenziali le praterie di Posidonia oceanica e quanto, allo stesso tempo, siano sotto attacco. Stando al WWF, queste praterie d’erba marina riescono a sequestrare quantità di carbonio immense, pari a quelle – si stima – emesse nell’arco di un anno da 430 milioni d’automobili. La posidonia rappresenta dunque un alleato fondamentale nella lotta all’inquinamento e ai cambiamenti climatici; peccato che le attività di ancoraggio, nel solo 2024, avrebbero colpito oltre 50.000 ettari di praterie, pari a circa 70.000 campi da calcio. Come spiegato da Mauro Randone, Manager del Marine Ecosystem Program del WWF Mediterraneo “I danni da ancoraggio sono lenti a guarire, con cicatrici che richiedono anche più di 100 anni per riprendersi. La protezione e una migliore gestione rappresentano i modi più efficaci per salvaguardare questi ecosistemi di importanza critica”. Ti ricordiamo dunque di prestare grande attenzione la prossima volta che calerai l’ancora della tua barca!

