Il MacGyver in ogni velista: l’arte di arrangiarsi

Avete presente quella sensazione di vuoto insopportabile? Quella sensazione che vi manca qualcosa? Una barca porta con se tanti pensieri. È un misto di preoccupazione e speranza: preoccupazione perché non sapete mai cosa potrebbe accadere se non siete lì a controllare, e speranza per le avventure future in mare. 

Una barca è come un figlio: la curi, ti prendi cura di lei, è un pensiero costante nella tua vita. E quando improvvisamente non l’hai più, faresti qualsiasi cosa per ritrovare quel pensiero rassicurante.

È così che inizia questa storia, con un uomo senza una barca, il cui unico desiderio era ritrovare quella preoccupazione mista a felicità e libertà. Durante una fresca giornata di primavera, quando tutto era chiuso e non si poteva uscire di casa, durante il primo lockdown, prese una decisione impulsiva. 

Un uomo, mio padre, fece quell’acquisto a scatola chiusa, senza sapere cosa aspettarsi. Comprò la sua barca.

Questa storia è raccontata da Riccardo C. a bordo di Vamp, Barca a Vela di 11 metri.

Doveva essere un trasferimento lungo ma abbastanza semplice, da Napoli a La Spezia. L’equipaggio era già ben rodato, ci conoscevamo tutti bene e, dopo il lockdown, avevamo tutti una gran voglia di mare. 

Partenza all’alba da Castel dell’Ovo con il Vesuvio alle spalle, mare agitato, onda lunga e fastidiosa, ma un buon vento teso che ci permetteva di divertirci con una bella bolina larga. La giornata passa tranquilla: certo, l’onda non aiuta, ma il nostro chef di bordo addirittura azzarda una pasta al pesto che ancora ricordo. 

Dopo una cena memorabile seduti in pozzetto, iniziano i turni: a me tocca il secondo insieme a mio fratello, dall’una alle tre di mattina. Si naviga a motore, vento ce n’è poco e il traffico di traghetti e navi davanti a Riva di Traiano si fa sempre più intenso. La prima ora passa serena, si chiacchiera, ogni due minuti si lancia uno sguardo all’orizzonte, tutto tranquillo. 

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Accade tutto alle due e trenta. Ormai vedevamo la fine del nostro turno, quando all’improvviso si spegne tutto: luci, elettronica e pilota automatico compreso. Ci guardiamo per una frazione di secondo, il mare è calmo e la barca scivola sull’acqua, è una situazione gestibile, ma sicuramente poco piacevole. 

Svegliamo il resto dell’equipaggio e parte il triage fatto in casa del problema. Trovato: le batterie di servizio sono completamente a terra e non si stanno ricaricando. Seguendo la buona regola degli equipaggi amatoriali, ognuno dice la sua pensando di avere l’illuminazione, ma niente: le batterie rimangono a terra. 

Dalla tentata risoluzione del problema si passa alla fase due, ovvero come terminare la nostra traversata. Le carte a bordo le abbiamo, ma le capacità di fare un carteggio vecchio stile scarseggiano a bordo; a quel punto qualcuno tira fuori un tablet con installata un app di cartografia elettronica, mentre un altro previdente fa apparire come per magia dallo zaino un power bank grande come un mattone. Ottimo, abbiamo raffazzonato un sistema GPS. 

Ma il pilota automatico non c’è più e quindi bisogna timonare. Duecento miglia non sono poche, se sapessimo almeno dove andare! Qui viene fuori il MacGyver presente in ogni velista: datemi una graffetta ed un elastico e vi solleverò il mondo. La formazione diventa la seguente: una persona da la rotta e la tiene monitorata sul tablet più il mattone che vanno a sostituire il GPS, una seconda persona timona con gli occhi puntati sulla cara bussola Plastimo a cui abbiamo attaccato con dello scotch una torcia per fare luce. 

È inutile dire che nessuna traversata fu divertente come questa.

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